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Un respiro anaerobico calma il mio affanno:
vorrei parlare,
ma ho dimenticato che suono fanno le labbra.
D’orgoglio mi convinco
d’aver conservato le parole migliori
per domani.
Saranno le impronte dei pensieri
a dirmi la strada che farò
per allontanarti.
Come un cane annuserò
i flebili odori lasciati dal tuo seguirmi.
Cambierò la geometria del mondo
per trovare in ogni angolo
il sorriso che mi manca.
E invece,
muto di speranza,
continuerò a disegnare le parallele
dell'intoccabile.
Scriverò le indicazioni
per un labirinto senza ingresso,
e lì troverai,
inscritto negli errori che farò,
l’alfabeto criptato delle mie paure.
Proverò a camminare
dove gli animi volano irrequieti.
Immergerò la mano
provando a rovesciare
la vastità dell’infinito
nella densità dell’infinitesimo.
E, in quel momento,
chiederò sempre la stessa cosa:
Cos’è la terra,
se non il cimitero decomposto di milioni di foreste?
Cosa sono io,
se non un passato ricomposto di milioni di persone?
Ci cammino,
come il tempo cammina su di me:
ignorandoci.
Sarai clemente con me?
O chiederai quale nome dirò per ultimo:
il mio,
o il tuo?
Potrai sopportare il peso che io porto,
senza muovere?
Potrai farmi compagnia
nella solitudine che mi sono imposto?
Mi amerai
anche se la mia architettura
è una difesa che ti esclude?
Da qualche parte ho scritto la parola che dice
ti amo.